Un passo incerto (una storia grottesca)

di fabio torrico (1/2)

Era già estate quando Maria e Alberto giunsero alla villa; dall’esterno, si presentava superiore alle loro più rosee aspettative, con le mura perimetrali quasi intatte, il tetto integro (in apparenza) e la rampa di scale che conduceva all’ingresso i cui gradini di pietra serena erano solo appena crepati.
Rispetto al quadro, disastroso, che il primo agente immobiliare gli aveva prospettato sul finire di febbraio, era un sogno.
Avevano indubbiamente fatto bene a fidarsi di Massimiliano, il quale, spendendo loro le prime foto ad aprile, tramite queste ultime smentiva i profeti di sciagure che descrivevano Morning House come un rudere pronto per la demolizione.
Li, proprio li, dopo aver ultimato le opportune operazioni di restauro, il loro sogno di creare una casa famiglia per i bambini figli di coppie in crisi si sarebbe concretizzato.
Non potendo più attendere oltre, Maria introdusse la chiave nella serratura polverosa e non senza qualche difficoltà fece scattare il meccanismo; la porta si aprì e non appena il pulviscolo si fu posato ecco che l’ingresso, che si potrebbe definire “maestoso” si palesò ai loro occhi.
Teli un tempo candidi ricoprivano tutte gli arredi, la mobilia, e i portalampade sotto di essi assumevano l’aspetto di piccoli cumoli di fuliggine.
Escludendo, appunto, la polvere, la dimora sembrava essere stata disertata, dai suoi precedenti inquilini, da non molto ed era quasi inverosimile pensare che dai tempi della grande depressione seguita al crollo della borsa di Wall Street del 29’ nessuno vi era più entrato, presumibilmente.
Eppure in verità, qualcosa di fuori luogo c’era: in vece del camino, o meglio di dove ci si sarebbe aspettati dovesse trovarsi il camino, era presente, addossato alla parete, un monoblocco di legno scuro, avente la forma di un parallelepipedo rettangolo, con gli spigoli rinforzati da spessi elementi metallici ancorati alla struttura mediante dodici bulloni di forma esagonale, che sembrava non presentare traccia di aperture, cardini, o affini.
Maria, incuriosita da quell’oggetto enorme e riguardo la cui natura era al momento arduo formulare congetture, dopo aver posto la mano su una delle facce lignee (mogano forse? quercia? Difficile a dirsi poiché una spessa vernice, vagamente appiccicosa, rivestiva la materia primigenia) fece come per spingere l’oggetto, e si capacitò di ciò che già supponeva, ossia che, di qualsiasi cosa si trattasse, o era ancorato al pavimento, o il suo peso era tale da risultare, almeno in relazione alle sue forze, assolutamente inamovibile.
Si voltò, e stava per rivolgere una domanda ad Alberto, per chiedere la sua opinione ma solo ora si rese conto, che lui non era più alle sue spalle (o non lo era mai stato).
Allora, dimenticandosi per un momento della sua bizzarra scoperta, prese a chiamare il compagno, dapprima con tono scherzoso, poi più fermo, infine a gran voce.
Nulla.
Allarmata, e in collera per il tiro di pessimo gusto che era certa Alberto le stesse giocando, uscì dal salone e misurando il corridoio a grandi passi tornò all’ingresso: la porta era chiusa, così come l’avevano lasciata, ma di lui, alcuna traccia.
Maria si sedette pesantemente, contrariamente alle sue abituali movenze leggiadre, sul pavimento rivestito dal parquet, ed anche in quella situazione insolita, le sfuggi una piccola risata notando come, ove il suo corpo aveva toccato la superfice, si era formata una sorta di penisola, dove il sottile ed uniforme strato di polvere ricopriva ogni cosa non era più presente.
Riprese brevemente le forze, si disse che era assurdo che nelle foto che le aveva spedito quello, beh, era il caso di dirlo, sciocco di Massimiliano, non figurasse quell’oggetto così inusuale presente nel salone; poi si ricordò improvvisamente di come Massimiliano non fosse mai entrato a Morning House e che quindi le immagini che lei aveva visto si riferissero solo all’esterno dell’edificio.
Un rumore “asciutto”, repentino, simile allo schiocco che la legna emette talvolta mentre arde nel caminetto, la riscosse bruscamente dalle sue elucubrazioni; si levo in piedi in un attimo, ritrovata la consueta agilità, i sensi allerta; ma tutto era silenzio adesso.
Non percepiva più nessun rumore ad eccezione del respiro e del suo battito cardiaco, accelerato, ritmico, come il suono, smorzato, d’uno strumento a percussione.
Ora era furibonda, e nel contempo certa, che, per quanto grande fosse la casa, il suo passato di contralto le avrebbe permesso di chiamare Alberto con tale, energico motto che certamente lui avrebbe risposto, o quanto meno udito.
E così fece: dopo aver preso un breve, profondo respiro, fece risuonare, con inattesa, anche per lei, potenza, quella voce che aveva ammaliato il pubblico di diversi teatri e i suoi genitori quando era ancora poco più che bambina.
Niente. (continua)

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