CHETTELODICOAFFARE

di chiara giontella

A sette anni la domenica mattina andavo in chiesa. Ci andavo di corsa, un po’ perché era vicino e così arrivavo pure prima, un po’ per arrivare sudata e avere i brividi per tutta la predica.
Dopo la funzione andavo dal prete per confessarmi. Questa cosa dei peccati me la portavo dietro tutta la settimana, era frutto di bilanci fatti di sera nel letto, ma al prete riuscivo solo a dire “ho detto troppe bugie”. Seguiva un senso di inadeguatezza e tristezza, venivo compresa, assolta e liquidata. Io invece volevo un nemico, un ostacolo, una punizione. Dopo un discreto numero di domeniche, sospettavo che il prete prospettasse per me un futuro da bugiarda patologica.
Dalla chiesa a casa ci tornavo lentamente, quasi sempre incrociando un treno che andava nella direzione opposta, anche lui lentamente. A me non è mai venuto in mente di salutare la gente sul treno con la mano.
Davanti a casa c’era mio padre in pantaloni corti a torso nudo (possibile che si vestisse così anche d’inverno? O che io abbia solo ricordi estivi?) che costruiva biciclette, ci attaccava adesivi, aveva barba e capelli lunghi e non era per niente contento del mio andare a messa, “sei troppo intelligente per queste stronzate”.
Passavo il resto del giorno a guardare film in cassetta come Arma letale e Arma letale 2, Terminator e Terminator 2 (preferendo inspiegabilmente il secondo), I Goonies, Alien, Mamma ho perso l’aereo, I Blues Brothers e robetta un po’ troppo impegnata per una bimba molto magra come Shining e Taxi driver.
Fuori casa nulla accadeva, abitando tra due paesi senza appartenere a nessuno dei due (apolide mi sarei vantata in seguito), non avendo vicini di casa (non considerando il prete), non avendo a due passi un mare, un lager, un bar, un campetto da calcio, Little Italy o un qualcosa di animato.
Il mio mondo era più povero di comparse del Truman show: c’era l’uomo delle lamette bic, molto vecchio e molto lento nell’attraversare la strada, la mia famiglia, il matto del paese con strane manie persecutorie, che girava sempre con un casco in testa, il postino e adulti che erano solo adulti.
Per questo ero così grata a quello che mi accadeva in testa, alle bugie che coltivavo, ai sensi di colpa e a Freddy Krueger, che mi faceva dormire poco e male, che mi aveva spinto a mettere a punto un sistema per aprire-controllare-e poi richiudere bene ogni porta e armadio. Tutta quella sana paura del sotto del letto e dei sogni.
Imparandoli a memoria ringraziavo quei film con i quali prendevo le misure alla realtà, che magari ne usciva un po’ esasperata, ma le americanate condivano tutte le mie possibili reazioni a sgarbi solo immaginati, e piovevano i stai dicendo a me? PARLI CON ME?, i chettelodicoaffare, gli hasta la vista baby, i liiibeeertàààà. Nutrivo così il mio esteso e superficiale senso di giustizia, vendetta, amore e onore.
A sette anni la Città era New York, molto prima di aver vissuto almeno un po’ una delle tante cittadine medievali italiane. E con i fotogrammi assimilavo principi elementari come uguaglianza tra razze, la possibilità di scegliere di amare una persona di sesso opposto o uguale al mio, amare due persone contemporaneamente o solo me stessa per tutta la vita. Scoprivo che poteva accadermi di morire per strane e bizzarre sfighe, che prima di anche solo pensare di tradire la mafia, dovevo prendere accordi con un chirurgo plastico molto bravo e non meno importante: se assistevo ad un orgasmo in una tavola calda, dovevo assolutamente ordinare quello che aveva ordinato la ragazza soddisfatta.
È proprio a questa età che ho iniziato ad essere ossessionata dalle ultime parole dette prima di morire (e lo sono tutt’ora), anche se ormai lo so che le persone muoiono costantemente senza potere dire nulla, lasciando i vivi a rimuginarci su.

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