A SINGLE MAN

di Tom Ford, tratto dal romanzo Un uomo solo di Christopher Isherwood.

recensione di marta freddio

Los Angeles 1962, George (Colin Firth –bravissimo-), uno stimato professore universitario, si sveglia solo nel suo letto, la penna ha macchiato d’inchiostro le lenzuola. Qualcosa non va, lo intuiamo sin da subito grazie all’accortezza della macchina da presa che si muove sui dettagli come fossero indizi in grado di evocare una sofferenza intima e profonda, conservata più negli oggetti che nei gesti quotidiani, che quelli restano gli stessi anche quando qualcuno viene a mancare, si beve lo stesso gin, si fumano le stesse sigarette ma niente è più come prima.
George infatti sa che una volta poggiati i piedi a terra inizierà un’altra giornata senza Jim (Matthew Goode), il suo compagno, rimasto vittima durante un incidente e al mattino la fatica che prova “nel diventare George”, quello che gli altri conoscono, non è dunque una riabilitazione alla vita dopo un lutto, al contrario, è un’impietosa analisi sulla sua solitudine.
Piccoli avvenimenti quotidiani aprono la strada ai ricordi, l’odore di un cucciolo di cane o l’abbraccio di un’amica non sono più eventi senza conseguenze, ma improvvise epifanie che nello spazio di un attimo vanificano il presente in un confronto col passato. Il presente appare senza reali possibilità, scandito da abitudini che non alleviano il vuoto e se è vero che l’occhio abituato all’estetica della perfezione di Tom Ford, alla sua prima prova da regista, ci mostra una realtà compostissima, va detto anche e soprattutto che non per questo il film è un trionfo della bellezza fine a se stessa. Anzi, il neoregista, grazie anche alla perfetta fotografia di Eduard Grau e alla musica di Shigeru Umebayashi, ci mette davanti ai segni di un destino che sembra essersi compiuto e lo fa con una tale eleganza e compostezza da far sembrare queste immagini un poetico tributo al tempo scaduto. Ed è per questo che anche i più piccoli gesti sono carichi di questa consapevolezza.
Noi ci accorgiamo che George è intimamente solo mentre osserva le vite dei suoi vicini di casa e dei suoi colleghi al college, vite perfettamente in linea con l’America benestante degli anni ’60, che dietro alle proprie agiatezze cela la paura della diversità e della guerra fredda. È solo nell’esperienza che ha accumulato, nella sua omosessualità, nel suo dolore taciuto, condiviso appena con l’amica Charlie (una splendida Julien Moore), l’unica con cui sembra essere misuratamente più autentico. È profondamente solo persino davanti a ciò che potrebbe significare l’incontro notturno con Kennie (Nichola Hoult), un suo studente a lui molto interessato.
E forse solo per un istante George accarezza l’idea che un nuovo inizio sia possibile, ma in fondo non crediamo nemmeno per un attimo che possibile lo sia davvero, il presente è fermo, il destino si è compiuto, i due uomini sono corpi distanti destinati a ritrovarsi nell’attimo stesso della morte.

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Un Commento

  1. Francesco prestia

    oui!

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