la fame

di daniele papa (1/2)

Mia madre aveva una grande passione: la cucina. Non penso di aver mai conosciuto in vita mia una donna che sapesse cosi tante ricette a memoria. Bastava che io le dicessi: “Nasello in umido!”, e lei poteva ripetermi tutti gli ingredienti a memoria, le rispettive dosi, le varie fasi della preparazione e persino i tempi di cottura.
In realtà, non ho mai conosciuto nessuno che sapesse cucinare bene come mia madre. Per lei cucinare era un’arte, perché credeva che se si cucina con passione e amore, tutto il sentimento può passare per osmosi dal tuo braccio al mestolo, fino ad arrivare al piatto che si sta preparando, e poi nel corpo di chi lo mangia. Cucinare era quindi un atto d’amore. La magia attraverso cui una parte di te stesso arriva direttamente all’interno di chi ami.
Mia madre è morta l’anno scorso. Un cancro mi ha portato via lei, il suo amore e tutti i segreti della sua arte. Io non so cucinare, neanche un uovo al tegamino. Mi rimangono solo i suoi libri di ricette, il ricordo degli odori che dalla cucina arrivavano la sera fino in camera mia, ma ora da sola non mi viene niente di cosi buono come sapeva farlo solo lei.
Una volta ho provato a fare la sua bavarese di yogurt e fragole: ho cercato di seguire tutte le istruzioni in maniera scrupolosa, ho scaldato lo yogurt con lo zucchero attenta a non farlo bollire, ho unito con tutta la delicatezza di questo mondo la colla di pesce sempre mescolando, ma a metà della preparazione l’impasto era ancora troppo liquido, non era proprio come lo faceva mia madre, cosi mi sono innervosita e ho buttato tutto nella spazzatura.
Da quel pomeriggio non ho più acceso un fornello, né preso un mestolo in mano. Ho cominciato prima ad andare a pranzo e a cena nei ristoranti, poi quando stava diventando un’abitudine troppo dispendiosa nelle rosticcerie e nei fast-food. Credo che per un mese ho mangiato solo hamburger con formaggio e patatine al ketchup. Ero diventata una specie di fogna. Quando uno vuole solo riempirsi lo stomaco non si sofferma più sui sapori e ogni cibo diviene uguale all’altro. Cosi non mi sono neanche accorta che avevo provato tutti i vari menù del MacDonald, Mcbacon, McChicken, BigMac, Filet-o-Fish, BigMac Deluxe, e poi le varie promozioni, il menù messicano che di messicano aveva solo la salsa piccante e un ombrellino a forma di sombrero, il menù giapponese per il suo fascino Zen, e anche il menu caraibico che poi mi ricordava sempre quello messicano, forse avevano soltanto cambiato la confezione e aggiunto un fiore di plastica in regalo.
Una mia amica metteva le mutandine con scritti i giorni della settimana, io scandivo il tempo con i panini del Mac, uno per ogni giorno. Visto poi che ogni menu per me era uguale, potrei dire che anche ogni giorno per me non faceva differenza col precedente, un inutile susseguirsi di numeri sul calendario.
Ma poi alla fine ho scoperto che non ero l’unica drogata del McDonald, c’erano persone che vedevo continuamente, come me, anche loro da sole, che mangiavano in fretta il loro panino senza guardare in faccia nessuno, persone per cui mangiare era come andare a pagare una bolletta alla posta, una seccatura da togliersi alla svelta, le vedevo, con gli occhi bassi e il viso rivolto al muro, che appena finito scappavano via come ladri, forse anche loro pensavano che stare tra i fornelli è come saper dipingere, o lo sai fare o lascia perdere non vale certo la pena di impegnarsi più di tanto.
Questo mio ragionamento mi ha portato ad ingrassare in 6 mesi di 17 kg.
Tempo fa un tipo ha fatto un documentario su come si ingrassa mangiando nei fast food, e io mi sono detta: sai che novità. I miei vestiti non mi stavano più, ho dovuto buttare via tutto e comprare tutto nuovo nella taglia extralarge. Questo è durato per circa un anno.
Non avevo mai avuto successo con i ragazzi, ma ora che ero diventata una specie di mongolfiera ambulante se ne stavano proprio alla larga. Non che mi dispiacesse, pensavo: un problema in meno. Anche se non avevo mai avuto un ragazzo, non sentivo tanto questa mancanza: quando ero più piccola, le mie amiche passavano pomeriggi interi a scambiarsi opinioni sui misteri dei maschi, ma da quello che avevo capito il sesso non era che un gettarsi addosso uno sull’altro e ansimare, fino a quando il maschio ti lasciava una cosa tanto disgustosa addosso come ringraziamento. Bello scambio allora: questo era tutto quello per cui le mie amiche passavano tanto tempo allo specchio, per cercare di essere carine con trucco, rossetto, e vestiti abbinati in maniera non casuale, ora tutto questo daffare per me non esisteva, visto che coprire l’enorme massa grassa che strabordava da ogni lato era l’unico lusso che potevo concedere alla mia vanità.
La cosa strana è che non mi rendevo conto di quello che mi stava succedendo. Assistevo all’aumentare dei chili con lo stesso interesse che avrei potuto avere allo svolgersi di una lettura. Molti potrebbero pensare che io mangiassi tutte queste schifezze perché ero depressa, per farmi del male, o cose del tipo richiesta d’aiuto, ma io sono sicura che non è andata cosi.
Semplicemente per me il cibo era una cosa superflua, una perdita di tempo nella giornata, un argomento su cui sembra vano discutere, come parlare del tempo che fa, dello scorrere delle stagioni, o passare pomeriggi interi ad organizzare un piano strategico per rendersi carine ai ragazzi. In realtà non ci sono molto cose che mi hanno mai entusiasmato, sono sempre stata una ragazza svogliata e pigra, quindi figurarsi se potevo interessarmi ad una cosa tanto inutile quanto il nutrirsi.
Questa mia incuranza verso il cibo mi aveva portato a pesare molto più di un quintale, quando conobbi Fabio all’Università. Lui era assistente del mio professore di Dottrine Politiche, e gli era piaciuta la mia tesina.
Non è che fossi esattamente innamorata di lui. Pensate, Lo avevo visto nel giardino dell’Università che mangiava un panino con una cotoletta panata avvolta in carta stagnola.
Probabilmente sua madre glielo aveva preparato quella mattina, si era svegliata presto per cucinargliela e l’aveva avvolta nella stagnola e poi nella busta di nylon, con un tovagliolo per pulirsi la bocca. Anche io avevo avuto una madre del genere. Anche io ho avuto mattini dove mia madre mi diceva cosa mangiare e mi dava un bacio prima di uscire per il lavoro. Mentre lo scrutavo da lontano, i nostri sguardi si incrociarono. Mi sorrise.
Non posso dire di essermi imbarazzata, oppure qualcosa che non riuscii a decifrare si sciolse dentro di me, una sensazione mai provata prima, come ho detto non sono abituata ad essere guardata, cosi istintivamente mi irrigidii, abbassai gli occhi e andai via.
Mentre camminavo in fretta mi resi conto di aver fatto la figura della stupida, così ritornai sui miei passi. Lui non c’era più, andai verso il bar, non c’era e mi resi conto che ero stata veramente una scema a non rispondere a quel sorriso, mi venne un tremendo imbarazzo, tale che il viso mi dev’essere diventato paonazzo, si, quello che avevo provato doveva essere imbarazzo, e mi resi anche conto che in fondo Fabio mi piaceva un po’, mi piaceva quando spiegava la lezione con quel tono di voce basso e scandito, e poi aveva quell’aria che invitava quasi alla poesia, lui non era certo uno di quelli che smaniava per buttartisi e imbrattarti con la sua parte peggiore, il problema era però come avrei però potuto fargli capire il mio interesse, che ne sapevo io di come si fa a mostrare che piaci a un ragazzo, non avevo certo intenzione di mascherarmi con il trucco e rossetto, non mi sono mai truccata in vita mia.
La settimana successiva dovevo consegnare un’altra tesina: cosi ebbi l’idea di mettergli un bigliettino tra le pagine con l’invito per bere un caffè. Vicino il mio numero di telefono e un cuore. Quella del cuore era un’idea stupida, ma me ne accorsi soltanto dopo. Non mi restava che aspettare. Non avevo particolare aspettative, quindi non posso dire che fossi agitata o nervosa. Gli lasciai la tesina sulla cattedra senza neanche guardarlo negli occhi. Andai a casa. Quel pomeriggio non feci niente. Ore uguali l’una all’altra scandite dai video di Mtv. Soltanto quando già stavo per uscire il bip bip del telefonino mi avvisava dell’arrivo di un messaggio.

Ciao. Mi ha fatto piacere ricevere il tuo invito. Visto che ho il pomeriggio libero invece di un caffè domani potremmo stare a pranzo insieme. Ps. Hai scritto una tesina su cui dovremo discutere.

Uscii di casa meccanicamente quasi non avessi ricevuto ancora alcuna risposta. La rosticceria indiana offriva vari tipi di pietanze e quella sera le provai tutte. Ma arrivata al pollo al curry mi venne improvvisamente il magone su quello che avrei potuto fare e dire domani, pensai che magari voleva soltanto parlare della tesina, che potevo essermi immaginata tutto, che magari non ero abbastanza carina per lui, come poteva piacergli questa specie di balena, oddio ci sono dei tipi a cui piacciono le donne un po’ in carne, una volta in edicola ho visto un giornale porno dove c’era una donna tutta nuda che rideva e sembrava un elefante, ma tra queste paranoie tutte mie spuntava anche una strana allegria, come se in fondo fossi eccitata dall’idea di conoscerlo fuori dall’università, magari poi mi avrebbe anche chiesto di fare una passeggiata o persino di uscire, oddio se poi voleva baciarmi io che dovevo fare, l’unico ragazzo che ho baciato è stato mio cugino a tredici anni ed è stato disgustoso, e se poi voleva fare di più, forse voleva infilarmi il suo mistero di maschio tra le gambe per umiliarmi con quella cosa schifosa, mi sentii spaventata come mai in vita mia ad ogni morso la preoccupazione per l’incontro del giorno dopo sembrava pervadermi tutto il corpo unita ad una sconosciuta eccitazione, tanto che dovetti rimanere seduta un altro po’, perché veramente non riuscivo a tenermi dritta sulle gambe. (continua)

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