la fame

di daniele papa (2/2)

L’ho poi incontrato, siamo stati a pranzo insieme, io sono stata zitta e muta senza mai guardarlo negli occhi, ha parlato solo lui fino a quando il cameriere ha portato il primo, soltanto dopo aver addentato la prima forchettata ho iniziato a parlare, a parlare, a raffica, senza mai fermarmi, ho parlato come mai in vita mia, cavolo mia madre mi diceva sempre che non si parla mai con la bocca piena ma io l’ho fatto senza vergognarmene, abbiamo parlato di tutto, di Università, di libri, di cinema, di astrologia, affrontato discorsi quasi giornalistici, ora discutendo, ora trovandoci d’accordo, lui mi guardava con occhi non suoi, come se il mio corpo immenso fosse diventato improvvisamente trasparente cosi che lui poteva scorgerne ogni segreto, mi guardava come se potesse vedermi nuda come la tipa in copertina,  sembrava volermi spogliare con gli occhi di tutti i vestiti o forse anche di più, i suoi occhi erano cosi penetranti che immaginai volesse arrivare a vedere  anche quello che c’era dentro di me, i miei pensieri e il mio imbarazzo nel trovarmi a parlare con un uomo, il mio disagio nello stare a mangiare con lui visto che è una cosa che faccio sempre da sola e che per me è come andare in bagno ormai, non è poi cosi differente, non cambia neanche la direzione.

Allo stesso modo mi chiedevo se riuscisse anche a vedere il mio cuore che palpitava più forte ad ogni suo sguardo, il flusso del sangue che arrivava ai vasi capillari delle guance facendomi arrossire, il mio fegato che secerneva bile ad ogni sua domanda indiscreta, il mio stomaco che si apriva e richiudeva ad un pranzo che anche quella volta per me era una tortura ancora più crudele…

Persa in questi pensieri ragionai a voce alta:

-…hai mai pensato che crediamo di sapere tutto di noi stessi, se ci guardiamo allo specchio riconosciamo il nostro sguardo, il colore dei nostri occhi, il sorriso, il profilo del naso, la linea irregolare delle mani. Riconosciamo tutti di noi, la nostra calligrafia, la nostra voce, persino alcuni pensieri che sono sempre uguali e tornano continuamente, i vestiti che indossiamo e che prendono la forma del corpo, i libri che abbiamo letto e che abbiamo amato perché fanno parte di noi. Vediamo anche quello che mangiamo e che poi entrerà dentro di noi diventando una cosa sola con noi stessi…

(Eppure non sappiamo molto di tanti altri pensieri che ci abitano la mente come spie, e che quando balenano per la testa non riconosciamo come nostri, a volte ci spaventano perché sembrano partoriti da un’altra persona, come se ci fosse un intruso, un altro io che vive nascosto negli anfratti più bui dell’anima. Ma questo ho preferito non dirlo).

Allo stesso modo, però, non sappiamo niente di come siamo fatti internamente, potremmo riconoscere i nostri denti tra decine di altri denti se ce li portassero davanti, i nostri piedi e le unghie, ma non sapremmo mai dire qual è la nostra milza se fosse confusa tra decine di milze altrui, cosi come le interiora che abbiamo, se fossero srotolate come una corda e annodate in una rete con migliaia di altre. Crediamo di conoscerci cosi bene, di sapere esattamente chi siamo, e ci preoccupiamo soltanto di riuscire a conoscere la realtà esterna e gli altri, mentre quello che sappiamo di noi non è che una superficie epidermica che avvolge tutto quello che c’è dentro, un segreto che vive e si sviluppa per conto proprio, un processo quotidiano all’interno di noi  ma che ci è del tutto estraneo…”

Eravamo al dolce ormai quando mi ha proposto di prestarmi dei libri che aveva a casa sua, e che mi avrebbero potuto essere utili per la tesina del prossimo modulo. Tra l’altro abitava non lontano, cosi io l’ho seguito, senza fare obiezioni, a volte mi sembra di essere senza volontà.

In realtà poi di questi libri neanche l’ombra, mi ha portato in camera sua e mi è saltato addosso, io non ho fatto niente, rigida sul letto guardavo il soffitto, di nuovo assistevo a quello che mi succedeva come se avvenisse tra le pagine di un libro, non ho sentito niente neanche quando lui in preda al ballo di San Vito è entrato dentro di me, le mie amiche dicevano che la prima volta è sempre dolorosa ma io non ho sentito proprio niente, pensavo a come la mia amica Patrizia si fosse sbagliata su questo, pensavo che tutte le ragazze che conoscevo fossero delle stupide oche a passare tutto quel tempo per rendersi carine, per farsi fare dai maschi una cosa tanto stupida, intanto Fabio mi ansimava addosso sempre più forte con un’espressione vagamente da ebete, addosso il suo alito ed io che pensavo avrà notato che ho un paio di scarpe nuove? Pensavo questo mentre  guardavo una macchia sul soffitto a forma di farfalla mentre lui mugolava sempre più velocemente, come in preda ad una crisi respiratoria, ed ecco che mi ha gettato qualcosa dentro, ecco finalmente lo schifo di cui ho tanto sentito parlare, in quel momento non ho potuto resistere, come se mi fossi svegliata soltanto in quel momento da un sonnellino pomeridiano, ho preso tutte le mie forze e l’ho allontanato tanto da buttarlo giù dal letto, lui ha riso e mi ha detto amore sei fuori, mi sono guardata in mezzo alle gambe e con la mano ho toccato una cosa vischiosa e calda, non sapevo uscisse tanto sangue, ho provato ad alzarmi ma le mie gambe erano come paralizzate, cosi sono scivolata giù dal letto e ho cominciato a camminare a carponi per la stanza, non riuscivo assolutamente a sollevarmi come se la mia spina dorsale fosse diventata di gomma, cosi lungo il corridoio, cercavo un bagno ma col buio non vedevo niente, il corridoio sembrava non avere mai fine, continuando a gattonare mi ritrovai cosi in una stanza più grande e luminosa, dal lavandino riconobbi la cucina, e allora automaticamente mi sono diretta verso il frigo, anche se non avevo fame, anche se non avrei potuto mangiare nulla tanto era la nausea che provavo, la lampadina all’interno ha distrutto l’oscurità accecandomi, non c’era quasi niente dentro, mi ricordava il mio, pensai che allora anche Fabio era uno che come me andava a mangiare nei Fast Food da solo, o forse semplicemente  un fighetto che cenava agli aperitivi, pensai che non volevo vederlo mai più, che non avrei permesso più a nessuno di farmi una cosa tanto umiliante e disgustosa, lui era entrato dentro di me come i pensieri che ogni tanto mi balenano in testa e che non riconosco come miei, forse anche lui voleva lo stesso, forse non aveva voluto soltanto entrare nel mio corpo ma anche nell’intimità dei miei pensieri più profondi e lo trovai una cosa talmente cruda e brutale tanto quanto uccidere qualcuno, pensavo questo quando venni attirata da un’enorme fetta di anguria avvolta nel cellophane trasparente.

Non ho mai desiderato un’anguria cosi tanto in vita mia: qualcuno ha detto che siamo ciò che mangiamo, allora forse è per questo che l’anguria mi sembrava cosi invitante, anche se non avevo fame, anzi mi veniva quasi da vomitare, ma sembrava cosi fresca, pulita, trasparente e fredda, di un rosso rubino che si accordava cosi bene con il verde intenso della buccia, era cosi che avrei voluto sentirmi io, trasparente, dolce e fredda come la polpa di un frutto tropicale mangiato in riva al mare, cosi l’ho presa tra le mani e ho cominciato ad addentarla, a divorarla come se non mangiassi da mesi, oddio se mia madre mi avesse visto, lei che ci teneva cosi tanto che io fossi sempre educata a tavola, ora sembravo un’affamata e più mangiavo più sentivo uno strano piacere che mi nasceva tra le gambe, lì dove Fabio si era appena introdotto da intruso per rubare i miei segreti. Dovevo eliminare la sensazione di disgusto che avevo addosso, e mangiando avvertivo una sensazione forte eppure impalpabile, lo schifo scemava lentamente fino ad estinguersi come un’onda che attraversa tutta la schiena fino al cervello per poi irradiarsi secondo pulsazioni regolari, seguendo il ritmo accelerato del respiro, cominciai così ad ansimare anch’io, sempre più forte, continuando a ingozzarmi, come se non potessi più fare a meno della polpa acquosa che trangugiavo e che si scioglieva in me senza bisogno di essere masticata, con morsi sempre più veloci per non far andare via quel sollievo che ora provavo, fino a quando quella sensazione chiese di essere liberata, chiese di potersi sprigionare, e cosi feci, si disperse in tutto il corpo come un’onda che ti sfiora la punta dei piedi per poi allontanarsi nell’orizzonte del mare, la mangiai tutta come una bestia rabbiosa, fino a quando non arrivai ad addentare la scorza amara del frutto, e solo allora, ormai sazia, sfinita, mi sentii addosso tutta la stanchezza del mondo, come se avessi corso per chilometri e chilometri senza fermarmi mai, come se avessi fatto a nuoto tutti gli oceani della terra, e sdraiandomi cosi, nuda, sul freddo del pavimento, mi sono addormentata con una leggerezza nel cuore che non provavo da tanto tempo, sognando di quando ero piccola e mia madre mi diceva cosa mangiare stampandomi un bacio sulla fronte. (fine)

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