faust

di alexander sokurov

articolo di fabio torrico

“L’essere che progetta di essere Dio”, così l’uomo viene definito da Jean-Paul Sartre, ponendo in evidenza la costante tensione verso la realizzazione delle propria volontà, destinata a discostarsi sempre dalla sua effettiva e concreta messa in opera.
Aleksandr Sokurov, con il Faust, conclude il ciclo iniziato con “Moloch” che racconta in chiave grottesca la figura di Adolf Hitler, proseguito con “Taurus” che ci mostra un Lenin crepuscolare al quale ha fatto seguito “Il Sole” avente per protagonista l’Imperatore del Giappone , Hirohito, il quale, addirittura, per amore del suo popolo che mai altrimenti si sarebbe arreso, rinuncia al suo status di divinità per proclamarsi uomo tra gli uomini.
Ed è proprio a questo concetto che si riallaccia il messaggio che il Faust, pellicola che, a prescindere dal fatto che possa piacere o meno, non lascia indifferente lo spettatore, aspira a comunicare: l’uomo, benché apparentemente sia il “padrone della terra” non è in verità padrone del proprio destino, e potenzialmente infinite sono le circostanze avverse che possono frapporsi tra i suoi scopi e la loro concretizzazione.
In più l’uomo, in quanto essere mortale, ha a disposizione un intervallo di tempo limitato per adoperarsi per realizzare queste sue finalità e se fallisce il senso di inutilità della sua stessa esistenza si ingigantisce più di quanto già non sia presente come una sorta di incessante “rumore di fondo”.
Questa fragilità viene rappresentata con crudezza nella sequenza di apertura della pellicola che ci mostra il cadavere di uno sventurato vagabondo ridotto a mero “materiale di studio” e ribadita costantemente, evidenziando come la carnalità, i più elementari bisogni fisiologici, dominino su tutto.
In più il film è pervaso da un’aura insana, quasi “giallastra”, che richiama le atmosfere di “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij ma anche l’estetica rappresentata nei quadri di Hieronymus Bosch, ottenuta mediante il ricorso ad inquadrature claustrofobiche, che talvolta sono congegnate in modo tale da deformare letteralmente le proporzioni corrette.
Gli attori protagonisti, magistralmente diretti, sembrano incarnare, più che recitare, i personaggi che sono stati loro “destinati”.
Il demonio Mefistofele è una figura tragica, un reietto usuraio da tutti detestato che tenta di far cadere in tentazione le anime fragili quasi per compensare la propria incommensurabile solitudine ed arriva a sembrare, talvolta, egli stesso più vittima che sobillatore.
Fin qui le note positive ma il film, proprio nel perseguire fino alle estreme conseguenze un suo peculiare codice visivo, diventa sovente farraginoso, ostico da vedere ed a tratti autenticamente e non del tutto intenzionalmente, confusionario, perdendo quella chiarezza cristallina che caratterizza al contrario altre opere di questo comunque grandissimo regista.
Inoltre una nota a se stante merita la figura della bella Margarethe, che se nel Faust di Goethe ha un ruolo significativo nel processo di redenzione di Faust stesso, qui è invece una figura dal fascino lunare ma quasi del tutto passiva, un “oggetto del desiderio” più che una persona a tutto tondo.
Tirando le somme, “Faust” potrebbe forse essere definito come un “esperimento solo parzialmente riuscito”, ben lontano dall’armonica perfezione di una pellicola come “Il Sole” ma che costituisce comunque un’esperienza che merita d’essere vissuta.

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