Quelle mani, nient’altro

di francesca chiappalone (1/2)

La sveglia sul comodino segnava le ventitré, le persiane della finestra erano aperte, un quadrato di luce di uno dei lampioni in via della viola si era appeso al muro ed era arrivato fino a metà del letto. La lampada rossa era ancora accesa e per terra, caduto, un numero di Vanity Fair si sentiva offeso per essersi ritrovato sul cotto del pavimento.

Doveva essere proprio noioso perché la ragazza, sul letto, si era addormentata. Una parte del suo corpo, quella sinistra, se l’era presa il lampione, l’altra era rimasta alla lampadina rossa. Addosso aveva soltanto un vestitino con delle bretelle sottili e un paio di calzini a pois, in fondo era appena il venti settembre e c’era ancora caldo nell’aria. I riccioli, tantissimi, avevano occupato tutto il cuscino e lei, piegata su un fianco, si copriva la bocca con le mani.

 

Ma certo, lo so che era bella, mica dico che…no, assolutamente…certo che aveva delle belle gambe…si, anche la bocca… però quello che dico è che…il sedere?! Ma si che ce l’aveva il sedere! Solo che…si, neanche quello era male…boh normale, proporzionato… ma come vuoi che sia un sedere?!…Senti lo so che era bella…esatto! Ne ero innamorato quindi lo so bene che era una bella ragazza…e anche ora che non me ne importa più nulla posso affermare con tranquillità…ti dico di no!…E questo cosa centra? Mica sono entrato di nascosto, avevo le chiavi, chiavi che lei mi aveva dato…

Sembrava una bambina mentre proteggeva il suo viso e il suo sonno. Sotto l’occhio sinistro c’era un neo così adorabile da poter essere il disegno di qualcuno, invece era stata solo la fortuna a concederglielo, insieme ad una pelle che odorava di vaniglia ogni giorno. Le mani invece erano opera del padre, sottili ma lunghe, con le nocche appuntite e delle dita che, una volta viste, desideravi stringere subito.

 

Dovevo riprendere alcune cose che lei mi aveva gentilmente messo dentro una scatola…si la scatola era in cucina e allora? Ho fatto comunque un giro della casa…magari si era dimenticata qualcosa…che ne so gli occhiali forse o la felpa che uso quando vado a giocare a basket, quella la lasciavo sempre in camera…no, non ne ho approfittato, volevo solo trovare la mia roba ok? Poi ho visto lei che dormiva, in quella posizione in cui si mette sempre…era l’occasione perfetta…insomma! Ho solo scattato una foto!

 

Ogni notte, prima di andare a letto, s’infilava il pigiama, andava in bagno e prendeva una delle sue salviette struccanti. La passava su tutto il viso con cura, lenta, prima sulla fronte, poi scivolava sul naso, accarezzava le guance e chiudeva gli occhi. Dopo averla buttata apriva una delle sue creme e lasciava andare le sue dita di nuovo sulla faccia,

 fino al collo.

Le piaceva quel rito quotidiano e non ne era gelosa, non si chiudeva nel bagno, non cercava l’intimità. Spesso restava davanti alla sua immagine riflessa per un po’ e allora ti raccontava qualcosa, com’era andata la giornata, la faccia dell’imbecille che le aveva fregato il parcheggio o un piccolo segreto che era arrivato dai corridoi del suo ufficio. Alle volte ti ascoltava a basta, annuiva insieme alla salvietta e intanto ti fissava dallo specchio.

 

Mi ricordo quella volta, eravamo andati al cinema a vedere un film di…non ricordo mai il nome di quel regista, lei lo adora…te ne avevo già parlato…boh, non lo ricordo bene, io mi ero quasi addormentato, lei invece aveva pianto per tutto il secondo tempo e quando siamo tonati a casa non ha fatto altro che parlarne… si era entusiasta, continuava a ripetere quanto era stata brava Bijork…si lo so che è una cantante!…era buffo perché io non sapevo proprio cosa dire…era uno splendore ti giuro, non faceva altro che sorridere e agganciare un complimento dopo l’altro a quel dannato film…mica potevo dirle che per me era stato meglio del serenase…non potevo fare niente capito? Niente! Aveva  quell’espressione che poteva solo essere assecondata…ma no non c’entra il film…guardavo le mani sporche di crema e sorridevo…nient’altro…beh si, le ho fatto una foto mentre si riempiva di quelle schifezze, e quindi?

Se c’era una cosa che lei amava davvero era la sua bicicletta. L’aveva comprata ad un mercatino dell’usato, era costata così poco che aveva acquistato subito la vernice rossa e i copertoni nuovi, i freni funzionavano, avevano solo bisogno di un po’ di olio.

Si era messa a sistemarla e non aveva chiesto aiuto a nessuno, nemmeno a lui. In realtà lei non chiedeva aiuto mai, aveva la presunzione di saper fare qualsiasi cosa e poi, subito dopo, la capacità di disperarsi se invece non ci riusciva.

Così, quando cadde, s’infuriò subito perché i freni non funzionavano come aveva previsto e corse a casa. Voleva spaccare tutto e invece sbatté soltanto la porta.

 

Te l’avevo raccontato di quando è tornata a casa dopo essere caduta dalla bici?…no, non si era fatta nulla…giusto un taglio sul polso…era scappata subito a casa, si era lanciata sul divano e mi aveva abbracciato… piangeva come una ragazzina..aveva due occhi rossi rossi e i capelli arruffati.. e io che? Ma niente…l’ho tenuta stretta aspettando che smettesse di singhiozzare…era bellissima…no! Non lo dico perché aveva bisogno di me…è che era lei!

Aveva già pianto e si vedeva. Le guance erano umide e gli occhi liquidi, ancora più verdi del solito. L’elastico stava lasciando andare i capelli ed alcuni riccioli ricadevano sui lati del viso. Tremava tra un singhiozzo e un altro e intanto stringeva nei pugni chiusi la maglietta di lui. (continua)

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