Quelle mani, nient’altro

di francesca chiappalone (2/2)

Non aveva trucco in faccia, non c’era l’ombra di quel rossetto porpora che io ti giuro odio…nessun vestito da fighetta addosso…non aveva tutta quella sicurezza che ogni tanto si metteva…si se la metteva, davvero, come una giacca che le sta bene ma che si vede che non è sua…e invece in quel momento era lei, con tutti i capelli fuori posto, con quel pantalone vecchio che le stava largo, con quelle mani chiuse…in quel momento mi son sentito sicuro che avrei potuto tenerla stretta per sempre…ma si! Lo so che è stupido…però in certi momenti ci devi sperare…ma no poi niente, le ho disinfettato il taglietto e abbiamo anche riso…allora si, le ho scattato un’altra foto.

Noi esseri umani siamo spesso e volentieri piuttosto bizzarri e lei non faceva eccezione. Possiamo anche essere persone sicure, forti nel rapportarci con la vita, mentre risolviamo un problema, nella scelta di quale strada fare per arrivare prima all’appuntamento, mentre beviamo il nostro caffè amaro. Ci sarà sempre il momento in cui qualcosa ci innervosirà e inizierà a rosicchiarci dentro, prima senza un nome proprio, forse per spaventarci di più.
A quel punto, noi, persone sicure, cercheremo tra i nostri tanti gesti quotidiani alcuni espedienti per camuffare le nostre paure. Niente polverine magiche, niente trucchi, sono piccole posture, delle espressioni, solo alcuni tic. Espedienti che usiamo per non far vedere che qualcosa ci sta pungendo dentro.
Lei in questo non faceva eccezione, lei si toccava la spalla.

Non sai quante volte gliel’ho visto fare. Con sua madre, con il relatore della tesi, con Anna…quella sua amica si, poi ci ha litigato e ora non si parlano da due anni…l’anno scorso, quando non riusciva a trovare lavoro e stava davanti alla televisione, immobile se non fosse stato per quella mano sulla spalla…no la sua faccia non tradiva nulla, è sempre stata molto brava in questo…magari dentro stava annaspando come uno di quegli insetti che stanno a pancia in sù nell’attesa di morire, eppure lei restava ferma, nella sua giacca di sicurezza, e si accarezzava la spalla…

Quella mattina non aveva smesso un attimo di toccarsi la spalla. Come ogni domenica si era svegliata tardi, aveva acceso la radio e caricato la macchinetta del caffè. Sembrava tutto a posto, i cereali sul tavolo, il pigiama ancora addosso, lui sotto la doccia. Nessuna piega e nessuna deviazione.
Anche il sole sembrava dire va tutto bene, eppure lei e quella mano non sembravano essere d’accordo.

Me ne sono accorto subito…mica sono scemo, dai, ti conosco, stiamo insieme da quanto? Tre anni?? Tre anni porca miseria, tre, secondo te non mi accorgevo che c’era qualcosa che non andava?…Si si, me lei negava, stava lavorando al computer, “Ma no tranquillo, va tutto bene, devo solo finire queste tabelle”…si certo le tabelle, e poi il pranzo a casa di sua madre che non vede da una vita e alla fine è rientrata che erano le nove e non si è nemmeno accovacciata su di me…lo fa sempre quando torna a casa e mi trova sul divano…invece niente, un bacio sulla guancia che poteva pure evitare, poi è andata in camera e quando ha visto che stavo sistemando delle foto sul tavolo ha detto “Stasera foto no eh? Ti prego! Son stanca e poi ormai fai solo quello”…ti rendi conto? Non dovrebbe essere una cosa bella che ho voglia di fotografarla…no dai mica sempre! E anche se fosse?

Successe all’improvviso, da un giorno all’altro lei non fu più felice e, quel che è peggio, fu anche piuttosto lucida nel constatarlo. Tutto quello che l’aveva portata ad amarlo, a stringerselo addosso ogni notte, aveva perso peso e colore. Qualcuno forse ci aveva passato un dito sopra e tutte quelle forme erano diventate soltanto un accenno.
Così cominciò a non sorridere, sbuffava quando lui cercava i soliti pretesti per farle una foto e la notte, sotto le coperte, girava la schiena e si allontanava di appena un paio di centimetri, tanto ormai le bastava poco per immaginarsi sola.

Lei ha sempre dormito appiccicata a me! Appiccicata capito? Come un adesivo che partiva dalla schiena ed arrivava fino ai miei polpacci. Delle notti abbiamo pure litigato perché io volevo cambiare posizione, mi si addormentava un braccio o volevo soltanto girarmi un po’, ma no, lei si era incollata alla mia spina dorsale. Lei arrivava a casa e si buttava su di me, era automatico, poggiava le chiavi sul tavolo, buttava le scarpe in aria e si lanciava sulla mia pancia…come si fa? Come si fa quando, di punto in bianco, ti tolgono quello che per te è vitale? Io ho provato a spiegarglielo…non sai quante cazzo di volte, e ogni volta, ti giuro, ogni volta mi ha dato del pazzo…mi metteva le mani davanti al petto, proprio qui, mi allontanava capisci, e va bene che non sei felice, ma così come te lo spiego che io senza di te non ci posso stare? Finché le è andata bene si è attaccata alla mia pelle no? Finché le è andata bene ha riso con me, poi però me la sono dovuta vedere io con questa mancanza mica lei…Prima l’appiccichi quel cazzo di adesivo, poi decidi di staccarlo e sono io che mi devo tenere lo strappo…è solo un’egoista…Io?!E cosa dovrei fare?Ah certo, accettare, lo dite tutti come se fosse un’azione da poco, che faccio timbro ed è fatta? Ho accettato?

Quella sera, quando si svegliò, la prima cosa che vide fu lui con la sua macchina fotografica. Erano più di cinque mesi che si erano lasciati e lui continuava a chiamare, l’aspettava davanti al palazzo dove lavorava, non diceva nulla, restava là a fissarla finché lei non metteva in moto e se ne andava. Ogni settimana le arrivava una foto a casa ed era sempre lei la protagonista indiscussa della stampa. Alcune erano momenti passati della loro vita insieme, altre semplici occhiate che lei non aveva mai notato.
Aveva provato a non dare peso a quelle attenzioni, lui era sempre stato eccessivo nelle sue reazioni, drammatico e spesso incline al masochismo, ma quando lo vide seduto sul letto, intento a scattare, fu presa dal panico. Aveva paura e quella aumentava nel momento stesso in cui realizzava che la persona che la stava spaventando era quella che aveva amato.
Non si dissero molto, la comunicazione fu chiara sebbene attraverso diversi canali, lei incominciò ad urlare piangendo e lui, sempre urlando, afferrò la sua scatola ed uscì.
Per la prima volta in vita sua chiamò la polizia e da quella notte incominciò a soffrire d’insonnia, chiudeva gli occhi e ritrovava il volto di quell’uomo, sconvolto e triste, il non riuscire a riconoscerlo la terrorizzava.

Io ti giuro che il giorno dopo, quando mi si è presentato il poliziotto a casa, non ho potuto crederci, ammetto che si era arrabbiata molto quella sera e che le ho fatto prendere un colpo, però dai…la polizia! Con me?! Mi aveva detto che non aveva mai conosciuto uno come me, certo si l’ha detto più di un anno fa ma che centra? Se vuoi bene a una persona t’incazzi, la mandi a quel paese, le sbatti la porta in faccia mica la denunci…io lo so che fermarmi là, mentre lei dormiva, è stata la mossa più sbagliata che potessi fare, dovevo prendere la scatola e andarmene, lo so cazzo, ma era da tanto che non la vedevo dormire ed era una delle cose che, prima che mi lasciasse, prima, quando ero ancora la sua creatura unica e speciale, adoravo fare, mi bastava osservarla qualche secondo per rivalutare l’universo intero…solo che guardandola, in tutta quella dolcezza, mi sono fatto prendere di nuovo da quelle mani, non volevo spaventarla, volevo quelle mani, nient’altro, volevo quell’immagine che avevo davanti, quei pugni chiusi, stretti, per nascondere meglio il viso…avevo solo quella possibilità, dopo che la tua ex inizia a non rispondere più alle tue telefonate e ti evita se t’incontra vicino casa è chiaro che non la vedrai più dormire al tuo fianco, dovevo soltanto scattare un’ultima foto capisci? Non sono un molestatore, la poliziotta che compilava il verbale mi guardava con disprezzo, l’ho vista si, come se avesse avuto davanti agli occhi il violentatore di dodici piccole vergini bionde, non l’ho toccata, non ho provato a darle un bacio o a prenderle una mano, io lo so che non vuole più saperne di me. So cosa significa essere rifiutati, mi sono messo da parte, sono stato malissimo perché l’amavo, ma la stavo superando…no davvero, io ormai mi ero abituato al fatto che non stava più con me, ah le foto le foto, si, a casa avrò almeno un centinaio di foto di lei, ma non centra nulla, non sono un maniaco solo perché ho delle foto della mia ex, siamo stati tre anni insieme, è normale che io abbia una marea di sue foto, perché cavolo mi guardi in quel modo eh? Non volevo riprovarci, sul serio, le ho lasciato anche le chiavi, ma quelle mani erano mie, dovevo soltanto averne un altro pezzettino, lo avrei tenuto con cura e ti giuro non avrei più cercato altro…invece ora mi toccano le indagini, le sedute con lo psicologo tre volte a settimana, una denuncia per molestia e ho pure ricominciato a fumare…tutto questo perché lei è entrata nella mia vita, mi ha travolto, mi ha abbandonato, ma sono io il colpevole no?

(fine)

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  1. Francesco prestia

    😉

  2. Alessandro

    Sì, è bello.
    “Voleva spaccare tutto e invece sbatté soltanto la porta”. Povera.

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